In the eye of the storm, in the eye of the Chaos. Idee e pensieri di Luca Romano/Kendros.
Ogni tanto, spulciando la rete nei rari momenti di relax all'università coi compagni, tra un esame e l'altro, capita di passare piacevoli attimi di ilarità intenti in quel giovanile quanto meschino passatempo che consiste nel contemplare l'altrui malasorte, specialmente quando l'altrui è il blog del MoIGe (o Movimento Italiano Genitori che dir si voglia, detto anche dagli amici "tutto ciò che la televisione trasmette diverso dai teletubbies è pedofilia", nonché dagli intenditori “Internet e la pedofilia sono la stessa cosa.”), LEGITTIMAMENTE hackerato da qualcuno che si era LEGITTIMAMENTE rotto di una censura audio-televisiva che ci riporta ai bei tempi dell’indice dei libri proibiti (a merito di questa associazione va quello di aver fatto spostare i film di Kubrick e Tarantino in seconda serata perché violenti e degradanti, lasciando nel pomeriggio programmi colti ed edificanti quali “Uomini e Donne (e Maria de Filippi che non si capisce bene cosa sia)).
Tra le altre cose capita però di finire su siti per i quali l'unica definizione adeguata sarebbe "assurdi", senonchè sono drammaticamente reali. Propongo una selezione dei due più rappresentativi, in forma sarcastica. Ma prima di ridere pensate che queste persone non sono dei pazzi montati integralisti. Sono in mezzo a noi... Qualcuno ha anche un blog.
Ad un raduno di CL o di papaboy le idee sono solo apparentemente lontane da queste. Certo, non negheranno che la terra e tonda, ma negheranno che gli omosessuali non siano malati SULLA STESSA BASE, inesistente e ridicola.

1. Dato un qualsiasi insieme, gruppo, società di persone, il numero degli stupidi al suo interno è sempre maggiore del numero stimato.
2. La probabilità che una persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa. Formulazione quantistica: non esistono osservabili incompatibili con la stupidità.
3. Una persona è stupida se causa un danno a un'altra persona o ad un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.
4. Qualunque sia il numero di stupidi, il potenziale nocivo degli stessi è sempre superiore al valore stimato; pertanto in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un errore.
5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. Corollario: persone malvage sono meno pericolose di persone stupide.
Parlando di Kant occorre innanzitutto stabilire quale lato della filosofia kantiana, la cui portata investe tutti gli ambiti del pensiero (metafisica, morale, politica, epistemologia, ecc.), andremo a esaminare in rapporto agli sviluppi della fisica e della filosofia moderne. L’opera del grande filosofo tedesco di Königsberg che andrò a esaminare è quella a cui il suo nome è maggiormente legato, e che già allora costituì una rivoluzione nel mondo filosofico: la “Critica della ragion pura”. In quest’opera Immanuel Kant attua la “rivoluzione copernicana” (come piacque a lui stesso definirla) della metafisica, ponendo in atto una serie di rivolgimenti e stravolgimenti del pensiero filosofico precedente, che, in qualche modo, hanno molto in comune con la teoria dei quanti.
Il processo conoscitivo che Kant descrive è, secondo il filosofo, “trascendentale”. Va oltre, quindi, il singolo soggetto conoscente individuale, descrivendo invece quello che è il processo che avviene a monte della conoscenza individuale e di cui quest’ultima è una conseguenza. La conoscenza, secondo il filosofo, non è del tutto “a posteriori” (come sostenevano gli empiristi inglesi la cui filosofia aveva molto seguito al tempo, e i cui scritti, soprattutto quelli di David Hume avevano impressionato fortemente Kant), ma, sebbene cominci sempre dall’esperienza, non deriva unicamente da essa. Secondo Kant infatti, oltre alla conoscenza empirica, vi è la conoscenza “a priori”, cioè precedente l’atto sensibile e che non necessita di essere suffragata dall’esperienza per essere valida.
I giudizi a cui porta la conoscenza empirica vengono da Kant definiti “giudizi sintetici”, mentre la conoscenza “a priori” si esprime attraverso “giudizi analitici”. I giudizi sintetici ci descrivono un avvenimento reale come certo nello spazio e nel tempo in cui avviene. I giudizi analitici hanno carattere universale e necessario, e negarli implicherebbe contraddizione: il “principio di non contraddizione”, il “principio del terzo escluso” sono esempi di giudizi analitici. Tuttavia entrambi questi modi di espressione della conoscenza hanno dei difetti: i giudizi analitici contengono nel predicato una definizione implicita nel soggetto, ad esempio la proposizione analitica “tutti i corpi sono estesi” esprime una proprietà implicita nel concetto di corpo analizzando questo concetto, ma di fatto non aggiunge nulla di nuovo alla nostra conoscenza. I giudizi sintetici invece hanno valore relativo al contesto empirico in cui vengono formulati, ma è possibile immaginare una loro non validità al di fuori di questo contesto. “Il Sole sorge al mattino” è vero necessariamente solo quando il sole sorge, ma è possibile immaginare senza generare alcuna contraddizione, che potrebbe anche non sorgere. Tali giudizi aumentano quindi il campo della nostra conoscenza, ma non hanno valore di oggettività universale.
Ma è possibile formulare dei “giudizi sintetici a priori”? Secondo Kant sì, e ne da’ un esempio con le varie proposizioni concernenti la matematica: “2+2 =4” non ha carattere a posteriori, in quanto è universalmente e necessariamente valido, ma d’altra parte non è un giudizio analitico in quanto il concetto di 4 non è implicito in quello di 2+2. Le proposizioni della scienza devono quindi, dice Kant, essere formulate come “sintetiche” e “a priori”.
Ma come si traduce tutto ciò nell’ambito conoscitivo?
Secondo Kant la totalità delle cose va distinta in due ambiti: il “fenomeno” e il “noumeno”. Questa distinzione è di puro stampo epistemologico: il primo ambito infatti rappresenta le cose come oggetto di conoscenza, il secondo le cose “in se”; secondo Kant tali ambiti non coincidono, infatti il mondo per come lo conosciamo è opera di una “mediazione” rispetto al mondo “noumenico”. Tale mediazione è attuata da due facoltà conoscitive trascendentali: “sensibilità” e “intelletto”, che sintetizzano i dati sensoriali attraverso alcune “forme pure a priori” che sono, per la sensibilità (che opera il primo livello di sintesi) lo spazio e il tempo, e per l’intelletto (che opera il livello di sintesi finale fino all’appercezione trascendentale) le 12 categorie. Ecco quindi che la nostra conoscenza appare effettivamente “sintetica” in quanto frutto di una sensazione empirica, ma anche “a priori” in quanto sono le forme “a priori” appunto che con la loro attività di sintesi e organizzazione dei dati empirici ci forniscono la percezione finale con la quale noi raffiguriamo la realtà che ci circonda.
Esistono poi alcuni concetti, propri di un'altra funzione conoscitiva, la “ragione”, che non possono essere in alcun modo conosciuti dall’uomo. Questi concetti, chiamati da Kant “idee della ragione” costituiscono la meta ideale, ma inarrivabile, della conoscenza umana, che la ragione si illude, a torto, di poter conoscere, e sono l’idea di “anima”, l’idea di “mondo” e l’idea di “Dio”, l’impossibilità di conoscere le quali viene dimostrata da Kant attraverso procedimenti logici di confutazione delle scuole di pensiero che fino ad allora avevano preteso di poter affermare verità universali su questi tre concetti (in questo ambito avviene anche la confutazione delle “prove” cartesiane dell’esistenza di Dio). Il termine usato da Kant “rivoluzione copernicana” non è usato a torto, infatti, come Copernico, Kant attua un cambiamento della prospettiva di indagine, ponendo come punto centrale non più l’oggetto, ma il soggetto conoscente. La percezione è un atto del soggetto che fornisce la conoscenza dell’oggetto non per come è, ma per come noi lo costruiamo attraverso le forme pure a priori di sensibilità e intelletto.
Naturalmente l’idea che la nostra attività di indagine sul mondo ci fornisca una conoscenza “mediata” e non “assolutamente certa” di esso era allora qualcosa di assolutamente nuovo e destò un certo scalpore nel mondo filosofico. Ma a qualunque lettore abbia delle nozioni anche minime di fisica quantistica la filosofia di Kant a livello metafisico apparirà una straordinaria previsione di quello che a livello fisico si sarebbe dimostrato solo centotrent’anni dopo, e cioè che la realtà come oggetto di indagine conoscitiva si colloca su un altro piano rispetto alla realtà fattuale. In effetti, sono sorprendenti gli elementi che accomunano la filosofia kantiana alle scoperte fisiche della prima metà del ventesimo secolo: già solo l’idea di doversi porre dal punto di vista dell’osservatore, che filosoficamente possiamo chiamare “soggetto conoscente”, per capire quali sono i limiti della conoscenza possibile, è un concetto introdotto da Kant per la prima volta in filosofia, e da Heisenberg è stato dimostrato necessario anche in ambito più prettamente scientifico.
Poi c’è il discorso della separazione kantiana tra “fenomeno” e “noumeno”: già in qualsiasi disciplina scientifica l’evento da analizzare per trarne la regola con cui si comporta, prende il nome di “fenomeno”, ora si potrebbe quasi dire, per i fenomeni quantistici, che è necessario introdurre il concetto di “noumeno” anche nell’indagine fisica. La posizione precisa di un elettrone nello spazio fa parte del noumeno, così come la sua velocità: se noi vogliamo determinarle fenomenicamente, possiamo, ma per farlo dobbiamo porci attivamente come soggetto conoscente, e in questo modo “mediamo” tra la realtà fattuale e la nostra percezione (in quanto interferiamo sul fenomeno con gli strumenti di misura) esattamente come in Kant il soggetto media tra la realtà e la percezione utilizzando le sopracitate facoltà conoscitive di sensibilità e intelletto. In pratica Kant espresse l’idea di un limite metafisico alla conoscenza della realtà, e tale limite si scoprì esistere fisicamente ed essere, esattamente come quanto affermato da Kant, intrinseco al modo stesso di indagare la realtà, e pertanto ineliminabile.
Occorre tuttavia attuare una serie di “distinguo” tra la filosofia kantiana e le scoperte fisiche moderne. In effetti, per quanto profetica da questo punto di vista, sarebbe comunque errato affermare che la struttura filosofica della conoscenza teorizzata dal filosofo di Königsberg, abbia in qualche modo anticipato il principio di indeterminazione.
Innanzitutto infatti va detto che il limite posto da Kant alla conoscenza possibile è diverso, nella sua natura sostanziale, dal limite scoperto da Heisenberg: la differenza è sottile quanto fondamentale ed è la differenza tra metafisica e fisica. Secondo Kant, il limite posto all’uomo, dipende dalla struttura trascendentale del processo conoscitivo; secondo la teoria dei quanti, dipende dall’interazione con la materia subatomica che il processo di indagine, di necessità, comporta. Il limite kantiano dipende dall’intervento di funzioni “a priori” che regolano il processo conoscitivo; al contrario, nella meccanica quantistica, il limite deriva dall’attività stessa del conoscere, ed è quindi definibile come “a posteriori”. In sintesi l’ostacolo che Kant pone alla conoscenza umana è rappresentato dalla struttura dei processi e delle funzioni mediante le quali la ragione (intesa in senso largo come “summa” dei processi razionali del pensiero e non secondo l’altro significato che abbiamo descritto precedentemente) trae la conoscenza dall’esperienza empirica, quindi, per esprimerci con un termine cartesiano è un limite della “res cogitans”, mentre, secondo la meccanica quantistica, il limite da porre alla conoscenza possibile è insito nell’atto fisico dell’esperienza empirica, e quindi un limite da imputare al nostro essere anche “res extensa”.
In secondo luogo tra i due modelli, quello filosofico di Kant e quello fisico-quantistico, va distinta anche la struttura del limite che poniamo alla nostra capacità di apprendimento. Per Kant il “noumeno”, il mondo per come esso è, non è conoscibile da alcuna attività umana, e su di esso non abbiamo alcun tipo di informazione. Al contrario il “fenomeno” è il mondo come noi lo conosciamo ed è tutto quello che conosciamo del mondo. Alla domanda “Ma se non posso conoscere il mondo, il mondo com’è?” la risposta che potrebbe dare Kant è: “Il mondo è come lo conosciamo (fenomeno), proprio perché non lo conosciamo (noumeno)”. Nella meccanica quantistica invece quello che noi non sappiamo del mondo, è, rispetto a quello che noi possiamo invece sapere, ben quantificato matematicamente dal principio di indeterminazione e dall’equazione di Schrödinger, quindi anche se noi non possiamo sapere contemporaneamente velocità e posizione di un elettrone (che costituisce il “noumeno” della fisica moderna) possiamo conoscerle entrambe a livello approssimativo, sapendo che comunque l’incertezza riguardante il loro reale valore, supponendo idealmente di rendere il più possibile precisa la misura, sarà quantificata matematicamente dalla relazione di incertezza ΔxΔp≥ħ. Alla stessa domanda di prima, quindi, un fisico del ‘900 sostenitore dell’interpretazione di Copenaghen risponderebbe: “Il mondo (quantomeno a livello microscopico) è all’incirca quello che conosciamo, con un dato margine di errore.”
Un’ulteriore considerazione possibile riguarda l’altra “funzione conoscitiva” che ha il compito di organizzare i dati, già “spaziotemporalizzati” dalla sensibilità, in una conoscenza definitiva e trascendentale (appercezione), che è l’intelletto. Gli schemi secondo cui l’intelletto opera la sua attività organizzativa sono, come già detto, le 12 categorie, che Kant riprende dalla tradizione aristotelica, ma rielabora leggermente, dividendole in quattro gruppi: categorie di quantità (unità, pluralità, totalità), categorie di qualità (realtà, negazione, limitazione), categorie di relazione (inerenza, causalità, reciprocità d’azione), e categorie della modalità (possibilità/impossibilità, esistenza/non esistenza, necessità/contingenza).
Prendendole un attimo in esame, ci accorgiamo che molte di esse nell’ambito della fisica del ‘900 perdono molta della loro validità. Già solo quelle di quantità: unità e pluralità dovrebbero potersi applicare solo una alla volta ad un concetto (salvo concetti come quello di “esercito” che pur essendo singolari implicano pluralità), ma noi sappiamo, ad esempio, che possiamo considerare la luce come un’onda elettromagnetica (unità) o come un fascio di fotoni (pluralità), il che rende impossibile l’uso di queste due categorie. Un altro esempio può facilmente essere quello delle categorie di relazione: abbiamo visto che nel metodo di indagine scientifica da utilizzare nella meccanica quantistica, dobbiamo accettare l’impossibilità di sapere cosa avviene tra una misurazione e quella successiva, e ragionare su quello che avviene in mezzo per probabilità. L’utilizzo di una categoria di relazione tra due fenomeni, potrebbe quindi essere improprio, in quanto noi non possiamo essere certi in alcun modo che vi sia in effetti una relazione (di inerenza, causalità, dipendenza, o reciprocità) tra i due eventi. O ancora tra le categorie della modalità, al di là delle congetture sulla possibile non-esistenza di un fenomeno mentre non lo si sta osservando, la categoria di necessità andrebbe del tutto abolita, visto che ora noi sappiamo che eventi necessari non esistono, e esistono invece solo eventi probabili, e quindi la categoria dovrebbe riguardare la sola contingenza.
C’è poi un discorso da fare, e qui entra in gioco la teoria della relatività, sulla natura filosofica dello spazio e del tempo. Abbiamo detto che secondo Kant spazio e tempo sono “forme pure a priori della sensibilità”. Kant dimostra questa sua affermazione asserendo che lo spazio e il tempo non possono essere considerati come concetti a posteriori perché sono presupposti a qualsiasi indagine empirica e non possiamo immaginare la non-esistenza di spazio e tempo. Dall’altro lato non possono essere considerati concetti astratti a priori, in quanto hanno comunque una natura che li lega alla sensorialità (noi ci muoviamo nello spazio, e avvertiamo il trascorrere nel tempo).
Sono quindi delle intuizioni di una particolare facoltà conoscitiva (la sensibilità), che operano sui dati sensoriali organizzandoli in modo da fornirci quella che poi diventerà la nostra effettiva percezione della realtà. Naturalmente questo processo non è compiuto dal singolo individuo, ma è, come già detto, “trascendentale”, cioè fa parte dei caratteri universali della conoscenza, che sono presupposti della conoscenza individuale. La scienza non può confutare questa interpretazione Kantiana, in quanto nessuna scienza, fisica o meno, potrà mai rispondere a domande sul “che cos’è” ontologicamente qualcosa. Per esempio noi sappiamo che la forza di gravità agisce sui corpi in un certo modo, seguendo certe leggi, e che è legata alla massa inerziale di un corpo nel vuoto, ecc. ma non sappiamo dire “che cos’è” la forza di gravità, a livello metafisico. Possiamo rispondere “è una forza che...” ma questo non esaurisce la domanda se si vuole arrivare a un fondamento filosofico della forza di gravità.
Lo stesso si può dire per lo spazio e per il tempo, noi siamo in grado di misurarli, di determinarne i comportamenti e di usarli come sistemi di riferimento per tutti gli eventi fisici, ma non siamo in grado di rispondere compiutamente alla domanda “cosa sono lo spazio e il tempo?” se non dicendo “grandezze fisiche”, il che è ovviamente riduttivo. Tuttavia, se anche accettassimo la proposta filosofica di Kant sulla natura soggettiva dello spazio e del tempo, dovremmo perdere il concetto di “trascendentalità” della conoscenza.
Infatti noi sappiamo che spazio e tempo sono grandezze influenzate dalla velocità del sistema di riferimento (per la relatività ristretta) e dalla presenza di masse gravitazionali all’interno di esso (relatività generale). Dovremmo quindi pensare che il modo con cui i dati sensibili vengono organizzati a formare la conoscenza dipenda dal sistema di riferimento in cui ci troviamo, ma poiché due soggetti conoscenti possono chiaramente trovarsi in sistemi di riferimento diversi avranno percezioni diverse di spazio e tempo, che quindi influenzeranno diversamente le loro percezioni sensoriali, e questo è chiaramente incompatibile col concetto di trascendentalità del processo conoscitivo.
Come conclusione di questa parte va detto quindi che, nonostante qualche somiglianza di fondo, la critica della ragion pura e la meccanica quantistica rimangono su due ambiti molto distinti, con notevoli discrepanze tra di essi. Certo, bisogna anche riconoscere che la genialità di Kant è senza dubbio considerevole, in quanto ha espresso problemi filosofici che sarebbero diventati scientifici un secolo e mezzo più tardi.
Ma andiamo con ordine: Cartesio, nel Discorso sul metodo fonda la base della conoscenza sul “cogito”, e quindi sull’idea di “io”, da qui passa a derivare l’idea di Dio attraverso tre dimostrazioni, due delle quali sintetiche e una ontologica, e poi dimostra la validità dell’idea del mondo, come conseguenza della bontà di Dio, che essendo buono non può ingannare l’uomo, e quindi se la percezione umana è interamente tesa verso un’idea intuitiva di mondo, tale percezione deve per forza corrispondere alla realtà perché è impossibile che Dio, che è la fonte di tutto, ci fornisca una percezione della realtà falsa o distorta (tralasciamo i falsi presupposti teologici dai quali si sviluppano queste dimostrazioni, che in ogni caso verranno invalidati da Kant un secolo e mezzo dopo).
Si viene quindi a proporre un triangolo Io-Dio-Mondo che è la base del sistema Cartesiano, un triangolo che in ogni caso non è composto da tra vertici distinti, ma da tre concetti che si compenetrano. Appare infatti indispensabile che Dio sia un ente che interagisce col Mondo e che la sua idea sia presente nell’Io per poter essere l’ente da cui deriva la realtà e il pensiero, così come che l’Io sia in Dio e nel mondo appare cosa di per sé evidente dalla nostra duplice natura di esseri materiali e spirituali. Tuttavia Cartesio stesso utilizza questa costruzione “tripartita” solo per le dimostrazioni di tipo generale, che richiedono la presenza di un “garante” soprannaturale, Dio appunto, mentre per quanto riguarda il resto dell’indagine conoscitiva, il triangolo perde un vertice e diventa una semplice contrapposizione tra “io” e “mondo”, meglio definibili come “res cogitans” (l’io pensante) e “res extensa” (il mondo). Tra l’altro Pascal riprovererà a Cartesio questa sua “presunzione” che lo porta ad usare Dio solo quando gli serve nelle sue dimostrazioni logiche, trasformando il “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” in un “Deus ex machina”.
Le due realtà di “res cogitans” e “res extensa” sebbene siano separate, sono tuttavia unite nell’essere umano, che è sostanza pensante e allo stesso tempo sostanza estesa. Tuttavia nell’ambito dell’indagine conoscitiva Cartesio li considera come enti separati, una divisione che è sempre stata considerata valida in ambito scientifico, dove lo scienziato si pone al di fuori del fenomeno che vuole indagare, e quindi fuori da quella parte di mondo che è l’oggetto della sua ricerca, e ha fornito alla scienza una base filosofica sulla quale operare. Proprio per questo infatti Cartesio è da sempre considerato il fondatore della filosofia della scienza moderna.
Ma come si colloca tutto ciò rispetto alla meccanica quantistica? Oggi noi sappiamo che la presenza dell’osservatore interferisce con l’oggetto osservato, modificandone l’osservazione stessa. Questo nega la divisione tra sostanza pensante e sostanza estesa, poiché se esiste, ed è bene a questo punto sottolineare il “se”, una sostanza estesa assoluta, alla sostanza pensante non è dato saperlo.
Infatti proprio l’essere umano come “res cogitans” non può più non considerarsi anche come “res extensa” nell’ambito dell’indagine scientifica, perché questa sua componente materiale entra in gioco attivamente in questo ambito. La scienza uscita dal dualismo cartesiano era “descrizione e spiegazione del mondo”, ora bisogna considerarla “quella parte dell’azione reciproca tra uomo e mondo, che descrive il mondo in rapporto ai sistemi che l’uomo usa per indagarlo” (definizione di W. Heisenberg). A pensarci bene tutte le difficoltà di interpretazione della teoria dei “quanta” derivano da questa divisione che si può far risalire (come formulazione filosofica) a Cartesio, ma che è penetrata tanto profondamente nella mente umana nei secoli successivi, e che ora ci vorrà molto tempo perché possa essere sostituita da un atteggiamento diverso.
La concezione del mondo di Cartesio è stata denominata “realismo dogmatico” o “realismo metafisico”: il mondo, come totalità della “res extensa” esiste a prescindere dalle condizioni di verificabilità di questa affermazione. In realtà i due termini non sono esattamente equivalenti, perché al realismo metafisico viene associata l’idea della necessarietà dell’esistenza del mondo su base soprannaturale e divina (qui emerge compiutamente il senso dell’affermazione “Dio non può averci ingannato”), mentre il realismo dogmatico si limita a considerare l’esistenza del mondo come un fatto “oggettivo” e non “assolutamente necessario”. Tuttavia entrambe queste concezioni considerano il mondo come esistente assolutamente, per questo possiamo considerarle alla stessa stregua di quelle che hanno fatto da presupposto alle filosofie scientifiche successive a Cartesio fino al 1900.
Il realismo metafisico-dogmatico è stata la chiave interpretativa della realtà per tre secoli, e la base sulla quale si sono costruite tutte le scienze, e sulla quale si riteneva dovessero essere costruite tutte le scienze a venire.
Anche la celebre frase di Einstein “Dio non gioca a dadi con il mondo” fu espressa proprio in uno di questi dibattiti con Bohr, e si riferiva proprio all’indeterminismo probabilistico.
La frase era quindi intesa a esprimere la radicata convinzione che la natura dovesse avere un ordinamento razionale e comprensibile, e non dovesse essere quindi espressa per mezzo di probabilità. E’ quindi errata l’interpretazione che si fa della frase secondo la quale viene ricondotta a una sorta di “teismo scientifico” di tipo galileiano. Altrettanto celebre rimase la risposta di Bohr a questa affermazione di Einstein: “signor Einstein, non dica a Dio quello che deve fare”.
E d’acerbi maturan dolci frutti,
E a notte cadon come morti uccelli,
E al suolo in pochi dì giaccion corrotti.
E vaga sempre il vento, eternamente,
Si ascoltano e rispondono parole
E gioia e noia stancano le membra.
E strade corrono attraverso l’erba e i luoghi
Di qua e di là, tra lumi, alberi, stagni,
E minacciosi, e mortalmente spogli...
Perchè son stati costruiti? E mai
due sono uguali? Perchè son così tanti?
Tra riso, pianto e impallidir, che cambia?
Che giova il tutto a noi e questi giochi,
Se grandi siamo ed in eterno soli
E non cerchiamo al nostro andare un fine?
Che giova aver veduto tante cose?
Eppure dice assai chi dice "sera".
Parola da cui meditazione e senso
Sgorgano come dai vuoti favi il miele.
"Stupidaggini. A questa distanza non riuscirebbe a colpire nemmeno un elef...", le ultime parole pronunciate dal generale John B. Sedwick, riferendosi a un cecchino durante la battaglia di Spotsylvania del 1864.
"Internet... ben presto esploderà in modo spettacolare, come una supernova, e nel 1996 collasserà catastroficamente" Robert Metcalfe, fondatore della 3Com, inventore dello standard Ethernet per le reti informatiche locali, nel dicembre 1995.
"Ma che bisogno avrebbe una persona di tenersi un computer in casa?", Kenneth Olson, fondatore della Digital Equipment Corporation, nel 1977.
"Penso che ci sia richiesta mondiale per circa cinque computer", Thomas J. Watson Jr, in seguito diventato presidente dell'IBM, nel 1943.
"Abbiamo un computer qui a Cambridge, ce n'è uno a Manchester e uno al laboratorio nazionale di fisica; immagino che sarebbe giusto averne uno anche in Scozia, ma non di più", il fisico inglese Douglas Hartree, nel 1951.
"Questo cosiddetto 'telefono' ha troppi difetti per poterlo considerare seriamente come mezzo di comunicazione; il dispositivo è intrinsecamente privo di valore, per quel che ci riguarda", comunicazione interna della Western Union, nel 1876.
"Non è pensabile che la cosiddetta 'scatola musicale senza fili' abbia valore commerciale: chi mai pagherebbe per un messaggio che non è inviato a una persona specifica?", i colleghi di David Sarnoff, pioniere della radiofonia e direttore generale della Radio Corporation of America (RCA) e della National Broadcasting Corporation (NBC).
"Benché la televisione sia forse realizzabile dal punto di vista teorico e tecnico, dal punto di vista commerciale ed economico è impraticabile", Lee DeForest, inventore.
"Ritengo che il cinema sia destinato a rivoluzionare il nostro sistema scolastico e che in pochi anni soppianterà in gran parte, se non del tutto, l'uso del libro di testo", Thomas Edison, nel 1922.
"A chi diavolo vuoi che interessi sentir parlare gli attori?", H. M. Warner, della Warner Bros, nel 1927.
"Gli Americani hanno bisogno del telefono, noi no; abbiamo fattorini in abbondanza", Sir William Preece, ingegnere capo delle Poste Britanniche, nel 1876.
"Ho percorso questo Paese in lungo e in largo, e ho parlato con i migliori esperti: posso assicurare che questa 'elaborazione dei dati' è una moda che non durerà neppure fino alla fine di quest'anno", il capo redattore del settore libri per le aziende della Prentice Hall, nel 1957.
"La bomba non esploderà mai: lo dico come esperto in esplosivi", l'Ammiraglio William Leahy, membro del progetto statunitense per la realizzazione della bomba atomica, nel 1942.
"Gli aeroplani sono giocattoli interessanti, ma di nessun valore militare", Ferdinand Foch, professore di strategia all'École Superieure de Guerre, nonché comandante in capo degli eserciti alleati in Francia durante le fasi finali della prima guerra mondiale, nei primi del Novecento.
"Non è possibile realizzare macchine volanti più pesanti dell'aria", William Thomson, presidente della Royal Society e padre della scala di temperatura Kelvin, 1895
"Nessuno mai costruirà un aereo più grande di questo", un ingegnere della Boeing, dopo il primo volo del Boeing 247, un bimotore capace di portare dieci persone.
"La teoria dei germi di Louis Pasteur è una fantasia ridicola", Pierre Pachet, professore di fisiologia a Tolosa, nel 1872.
Cosa c'entrano con la politica (HAHAHA) italiana??



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